
Una foresta ha attraversato Milano
6/8 febbraio 2026. Il nostro racconto dalle UTOPIADI e dal corteo contro le Olimpiadi invernali più insostenibili di sempre.
Prologo
Come un apeino ha scritto, tracciare un bilancio di quello che è accaduto questo fine settimana è un esercizio scomodo. Eppure noi ci proviamo, con la convinzione che condensare lo straordinario è altresì un’impresa eroica e qui nessun* vuol essere un eroe: siamo larici, siamo terra, siamo api, siamo vento che sbatte contro la finestra e ti obbliga ad affacciarti giù, verso il bosco che reclama il suo spazio.
Utopiadi, mattina del 7 febbraio, PalaSharp di Lampugnano. Un luogo che fa parte di quella Milano prima costruita, poi abbandonata da un Comune che allestisce vetrine, le fa sbrilluccicare, poi le lascia al suo destino.

Il posto è umido e freddo, ancor più grande di quanto si pensi, gli spalti si affacciano sull’arena, e le americane sono ben agganciate al soffitto: qui i corpi si riuniscono, si organizzano e stanno insieme. Lo sport popolare ha una casa in cui ritrovarsi: da un lato si forma una grande distesa di tappetini per lo yoga, al centro vediamo il ring maestoso, dall’alto si calano i tessuti per chi pratica discipline aeree. Spuntano piccole pareti per l’arrampicata. Alcuni striscioni reclamano più spazio per le atlete transgender. C’è energia, desiderio di stringersi, i pentoloni bollono e le cuoche ribelli preparano piatti che nutrono. Un capannello si forma e a terra vediamo tanti piccoli e grandi larici di cartone: è una foresta che trova il suo spazio, possiamo sentire il canto che sale dalla terra per poi infrangersi tra le mura del palazzetto liberato per tre giorni.

E’ il momento delle prove generali: vediamo lo sciame di api, le artiste e gli artisti di Campisrago Residenza ed Errando per Antiche Vie, felici e forse stanchi, dopo aver camminato per 12 giorni da Cortina a Milano, con noi anche gli Ottoni a scoppio. L’aria è frizzante, c’è calore nella grande stanza umida. Siamo certe che qualcosa di grande ci avvolgerà.
Cosa accade se siamo foresta
e ci leghiamo mani, piedi, fianchi,
in un gesto che rimbomba?
Nel bosco non ci sono porte, né finestre,
eppure un ospite è sempre gradito
sul tronco di un larice,
sul morbido muschio,
il tuo viso può riposare
La foresta reclama, urla, si alza e cammina
non parla linguaggi umani,
è qui l’intuizione che sfugge
siamo larici e vogliamo spazio,
siamo larici e crediamo nell’utopia
Un domani chiederemo il conto
della terra strappata, dei massi ritorti, dei funghi e dei lombrichi scacciati
parleranno gli ungulati e gli uccelli, saranno tempesta
Un larice solitario non chiede riparo,
invece la foresta che esulta e canta può ambire
allo straordinario
In corteo
Siamo stati diecimila sabato a camminare a Milano da piazza Medaglie d’Oro fino al Corvetto, insieme alle realtà che compongono la rete CIO – Comitato Insostenibili Olimpiadi che per tre giorni hanno dato vita alle UTOPIADI liberando l’ex Palasharp: attivist* e famiglie, alpinist* e movimenti ecologisti, amanti e abitanti delle montagne, reti dello sport popolare, collettivi, movimenti per la casa, sindacati di base, comunità palestinese, comitati territoriali.
Abbiamo camminato per squarciare il velo della propaganda olimpica. Per rompere quell’immaginario di festa e progresso che nasconde alberi abbattuti, territori saccheggiati, miliardi sottratti alle politiche pubbliche, una montagna ridotta a scenografia per novanta secondi di gara, distruzione su scala industriale dell’ambiente. E lo abbiamo fatto con i corpi, le voci, la creatività, l’ostinazione.

Lo abbiamo fatto portando in corteo una foresta. Centinaia di larici di cartone, dipinti a mano, alzati al cielo, per ricordare le centinaia di larici vivi abbattuti a Cortina per costruire un’inutile pista da bob. Lo abbiamo fatto protestando contro la presenza alle Olimpiadi di Israele, uno stato il cui governo sta perpetrando un genocidio e che si vanta dei suoi atleti-soldato. Lo abbiamo fatto quando dal ponte sul passante ferroviario sono stati calati due striscioni con la scritta Binary is for the train. Go trans athletes, contro l’esclusione di atlet* transgender dalle competizioni. Lo abbiamo fatto quando è stato calato uno striscione da una impalcatura per ribadire ICE OUT OF MILAN e quando l’insegna del mercato comunale di piazzale Corvetto è stata ribattezzata mercato popolare, denunciando i piani di espulsione dei ceti popolari dal quartiere.


E lo abbiamo fatto cantando: un’ode alla montagna scritta camminando da Cortina a Milano dal collettivo artistico Errando per Antiche Vie.
Ogni gesto di quel corteo è stato un pezzo di contro-immaginario. Una crepa nel racconto ufficiale di queste Olimpiadi: la dimostrazione che un altro sguardo esiste, si organizza, cammina.
Il bosco che cammina
Quei larici erano il linguaggio che avevamo scelto insieme, costruendoli nei quattro laboratori aperti nelle settimane precedenti, in un percorso aperto che ha intercettato l’entusiasmo di tant* anche grazie alle poesie del larice, felice intuizione della trasmissione “Vieni via con me” di Radio Popolare. Chi ha partecipato sa quanto cartone, quanta vernice gialla e arancione, quanti taglierini ci sono voluti. Ma soprattutto quante mani, quante chiacchiere, quante risate. Un lavoro collettivo che ha preceduto la manifestazione e ne è stata parte a pieno titolo: perché si costruisce camminando, e quel cammino era cominciato molto prima di sabato.

Il momento per noi più intenso è stato nella piazza del concentramento, quando i larici sono stati deposti a terra, tutti insieme, a formare un tappeto di rami e colore sull’asfalto di Milano. Un cerchio umano compatto si è stretto intorno a quel bosco fragile, adagiato a terra come un corpo esanime. Pochi istanti prima di quel cerchio è risuonato il Monologo del Bosco di Larici, scritto dal collettivo Errando per Antiche Vie- Gli artisti e le artiste che a dicembre avevano percorso a piedi i tanti chilometri che separano Cortina da Milano, lungo dodici giorni di cammino, spettacoli e incontri comunitari per restituire la parola ai territori attraversati dalla mega-macchina olimpica.
Un testo che non era uno slogan. Era una voce che veniva da più lontano.
Noi, bosco di larici, abbiamo deciso di alzarci. Non per tornare. Non per essere restituiti. Ma per entrare nel vostro cammino.
Quelle parole, lette ad alta voce, hanno aperto un varco nel rumore di fondo del corteo. Un rallentamento. Un ascolto. I larici non chiedevano rappresentanza, chiedevano tempo. Non chiedevano voce, chiedevano ascolto.
Ascoltate la mancanza. Ascoltate ciò che non c'è più e non smette di sostenere.
Chi era lì lo ha sentito: non c’era retorica in quella sospensione. Era il corteo che si fermava per fare spazio a qualcosa di più lento, più profondo, più dolce del passo veloce della protesta. Era una foresta che diceva, con le parole di chi aveva camminato per giorni lungo le valli e le Prealpi, che sotto ogni passo esiste ancora una radice.
Oggi camminiamo per ricordare che sotto ogni passo esiste ancora una radice e affidare al vostro cammino la responsabilità di restare.
Ma la performance non è stata solo quel silenzio. È esplosa anche grazie alla Banda degli Ottoni, che ha fatto risuonare A cimma di De André tra i palazzi di Milano, e al ritmo di Glamourga e Murga Libre che hanno scosso i corpi e riacceso il passo in un moto di ribellione.
Poi, su una cadenza di samba e in un silenzio improvviso, il corteo ha preso il via da piazza Medaglie d’Oro in modo scenografico: i larici che avanzavano a passo di danza, una foresta che ondeggia sopra le teste, un’immagine che chi c’era non dimenticherà facilmente.






Un cammino che viene da lontano
Quel momento non è nato dal nulla. Viene da un percorso: da Reimmaginare l’inverno nel marzo 2023 a Ribelliamoci Alpeggio nell’ottobre dello stesso anno, fino a La montagna non si arrende del 9 febbraio 2025. In questo tempo di preparazione abbiamo camminato su creste e cime, dal Monte Cervati al Corno alle Scale, da Sella Nevea al Terminillo, per dire basta nuovi impianti, basta bacini per l’innevamento artificiale, basta logiche estrattive. La giornata di sabato è stata una tappa di questo cammino, non la sua conclusione.
E il corteo di Milano ha dimostrato che quel cammino si è allargato. Lo spezzone della montagna, aperto dallo striscione Sempre più in alto per una nuova umanità e la sua foresta mobile, ha camminato in un corteo enorme. Un corteo in cui tantissime persone giovani non avevano bisogno di etichette per essere lì.

Chi è nemico di chi?
Di ritorno da una giornata che non dimenticheremo, esplicitiamo alcune riflessioni.
Chi è nemico del Paese? Chi abbatte migliaia di alberi per costruire una pista di bob da 124 milioni di euro che verrà abbandonata il giorno dopo la gara? O chi si oppone a tutto questo?
Chi impone la costruzione a Cortina della nuova funivia Apollonio-Socrepes su una frana in movimento, senza nemmeno riuscire ad aprirla in tempo per le Olimpiadi? O chi denuncia tutto questo?
Chi costruisce un impianto per l’innevamento artificiale in grado di consumare 88.000 metri cubi d’acqua per innevare la pista Stelvio di Bormio? O chi rifiuta tutto questo?
Chi spende oltre 6 miliardi per le Olimpiadi, per lo più in infrastrutture che verranno ultimate forse entro l’autunno 2033? O chi si oppone a tutto questo chiedendo investimenti in sanità, servizi territoriali e trasporti pubblici per le comunità montane sempre più impoverite?
Chi colonizza il futuro delle prossime generazioni, nel pieno della crisi climatica, costruendo nuovi impianti di risalita dove non nevica quasi più, come sul Terminillo, sul Corno alle Scale, tra Colore e Lizzola, al Nevegal, sul Monte San Primo? O chi si oppone a tutto questo, rivendicando l’urgenza di superare la monocultura turistica e dello sci, ormai in crisi irreversibile?
Chi si riempie la bocca con lo “spirito olimpico” e a Milano non è in grado di garantire una piscina pubblica accessibile ed elargisce 50 milioni ad una multinazionale dei concerti per la costruzione di un nuovo impianto che resterà di proprietà e gestione privata? O chi denuncia tutto questo liberando per tre giorni un palazzetto in disuso restituendolo alla città?
Queste domande continueranno a camminare con noi, sui prossimi crinali e nelle prossime mobilitazioni.
Il monologo integrale del Bosco di Larici è riportato qui sotto. Il video della performance è disponibile online.
Monologo del Bosco di Larici
di Errando per Antiche Vie / Campsirago Residenza
Noi, bosco di larici, abbiamo deciso di alzarci. Non per tornare. Non per essere restituiti. Ma per entrare nel vostro cammino.
Noi, larici, abbiamo esitato a lungo prima di entrare nel vostro passo, prima di parlare nel tempo umano, nel tempo ristretto delle vostre urgenze, delle vostre parole brevi, prima di attraversare le vostre soglie.
Alzarci e partecipare alle vostre assemblee significa entrare in una grammatica che ci riduce, restringerci, entrare in mappe che non ci contengono, in perimetri che non sanno ascoltare.
La nostra vita è immanenza che resta, tempo che si stratifica, cura che non chiede nome.
Ci avete sradicato come si sposta un ostacolo. Ma avete solo aperto un varco: una radice è una promessa che lavora nel buio.
Nel silenzio abbiamo continuato. Nel silenzio abbiamo custodito connessioni che non vedete, legami che tengono la montagna, respiri che fanno spazio al mondo.
Ascoltate la mancanza. Ascoltate ciò che non c’è più e non smette di sostenere. Noi portiamo qui la nostra assenza come una presenza che insiste, come si porta un corpo fragile, come si porta un fuoco nascosto. La portiamo nei corpi che camminano, nei vostri passi, nel rallentare che disarma, nel camminare che ricuce, nel respiro che si accorda.
Siamo la foresta che attraversa la città. Siamo radici spezzate che ancora tengono, connessioni sotterranee che riemergono dall’asfalto.
Non chiediamo rappresentanza. Chiediamo tempo. Non chiediamo voce. Chiediamo ascolto.
Noi siamo eternità fragile. Cura che non fa spettacolo. Custodi del mistero.
Oggi camminiamo per ricordare che sotto ogni passo esiste ancora una radice e affidare al vostro cammino la responsabilità di restare.
Per approfondire
- Know your enemy — Cronache dal corteo nazionale di Milano (CIO)
- In 10 mila a Milano contro i Giochi insostenibili (Radio Popolare)
- Milano, 7 febbraio: contro le Olimpiadi, per la montagna e per il diritto di manifestare (Mountain Wilderness)
- Errando per Antiche Vie — In cammino da Cortina a Milano (Campsirago Residenza)
- Video della performance dei larici
- APE alle Utopiadi — 500 larici in corteo
Sempre più in alto, per una nuova umanità.
APE Milano — Associazione Proletaria Escursionisti