E poi, questo è un periodo particolare: c’è il conflitto in Palestina, l’invasione israeliana di Gaza, centinaia di migliaia di persone che camminano solo per scappare, ridotte ad animali in gabbia nella loro propria lingua di terra. Mentre noi, escursionisti proletari e comunque privilegiati camminatori, proviamo rabbia ma abbiamo a disposizione la Val Grande, per riscoprire insieme un pezzo di resistenza che fu.Â
Allora mi domando: che senso ha il nostro andare apeino oggi? E cosa ci puĂ² raccontare una valle rimasta disabitata dopo un furioso rastrellamento nazista e lo spopolamento degli anni ’60?
Comunque… sono le 7.15 di mattina, è un sabato di novembre, siamo in 24, siamo pronti a partire per ricalcare il percorso proposto da Zuma.
Il nostro punto di partenza è Rovegro, piccola frazione appoggiata sopra il lago Maggiore, che ci lasciamo alle spalle attraversando uno scenografico ponte (non) romano sul torrente San Bernardino. Da qui in poi, seguiamo il riverbero del sole sull’acqua, salendo per una mulattiera all’ombra di faggi, castagni e ailanto, dove alle nostre chiacchiere si alternano piccole cappelle votive. Poco dopo, il sentiero si allarga e fa spazio agli unici abeti della zona, di fronte al santuario di Inoca. Qui scopriamo che Oca vuol dire acqua e che ogni abete è stato piantato per ricordare un membro diverso di questa comunitĂ montana, ucciso durante il rastrellamento nazi-fascista del 1944.Â
Due parole su Cicogna: minuscola “capitale” della Val Grande, in cui il rapporto uomo-gatto è di 1:10 e Piero ci ricorda di chiudere le porte per non ritrovarceli nel letto. Sono così grossi che fatico a riconoscere un cane tra due felini. C’è anche una chiesetta, e una signora che la apre e chiude ogni giorno, accompagnata non da un prete ma dalla sua cagnolina presa in un canile di Avellino.Â
Nel pomeriggio qualcuno di noi passeggia su un tappeto rosso di foglie, alla ricerca degli ultimi ricci di castagne. L’appuntamento vero perĂ² è con Abo prima di cena, per il racconto della nascita di Ape, dello spirito delle origini, di quando l’associazione è stata proibita dalle leggi fasciste, della sua sopravvivenza anonima e della sua riscoperta, e poi di un manipolo di partigiani che si rifugiarono in Val Grande da Milano e dal lecchese, del rastrellamento e dell’eccidio del giugno del ’44. E mentre lui dĂ nuova voce allo spirito partigiano e alla natura di uomini e Alpi, io ripenso ai luoghi in cui sono cresciuta e a come risuonano le sue parole sui ricordi della mia terra. Ripenso alle due casse di munizioni e al barile della Wehrmarcht del 1941 ritrovate in cantina quest’estate, quando la casa dei miei nonni in Sabina era stata occupata dagli uomini di Kesserling, che voleva bloccare tutti gli accessi verso Roma dalla Salaria. Penso a mio nonno, cacciato da casa sua per fare spazio a una mensa militare e a mio papĂ bambino, che ogni tanto ci giocava con quei soldati tedeschi, mentre qualche chilometro piĂ¹ in lĂ la Brigata d’Ercole-Stalin si rifugiava sul monte Tancia. E poi penso che forse la memoria serve di piĂ¹ a noi vivi, per ricordarci pezzi di identitĂ .
Comunque, la serata scorre veloce, tra birra, polenta taragna, i numeri in dialetto di Zuma, e alle 8 del mattino siamo pronti per affrontare il lungo anello di Velina. Pioviccica, c’è bruma, non ci sono gatti. I piedi scivolano ogni tanto tra foglie umide e rocce lisce, il sentiero segue le rughe dei crinali, piĂ¹ in alto la pioggia diventa neve che sembra una spolverata di zucchero a velo sulle vette. Camminiamo e parliamo. Andiamo e attraversiamo piccoli guadi, passaggetti delicati protetti da catene, ruderi di borghi ormai abbandonati. Ci lasciamo alle spalle l’alpe Montuzzo, Crosane, i ruderi di Uccigiola. Conosciamo Piero, il solo abitante, custode e gestore del bivacco Velina, che ci racconta di come a fatica cura ancora i 4 piccoli borghi e il bosco. Proseguiamo e superiamo l’alpe Scellina e Curt Pirela. Attraversato il ponte Velina, i castagni lasciano il posto ai faggi, ma il rumore dell’acqua e la sensazione che la natura stia inghiottendo mulattiere, alpeggi e antiche borgate piene di storia umana non ci abbandona mai.
PiĂ¹ avanti, la vista di una vecchia teleferica in disuso anticipa il ritorno alla strada asfaltata. A Bignugno riprendiamo il bosco e torniamo alle macchine camminando, letteralmente, sul torrente San Bernardino.
Cosa lasciano otto ore di totale immersione in Val Grande? Di certo, il fascino solitario della natura padrona che richiede un vincolo monogamo a chi decide di restare, e anche la consapevolezza che il cammino sia un gesto insieme singolo, plurale, politico. Dobbiamo e vogliamo ripercorrere il nostro passato di resistenza. Ma come dargli un nuovo senso oggi, che la guerra si è spostata piĂ¹ in lĂ e forse, gli occupanti involontari siamo anche noi? A me l’unica parola che viene in mente è la ri-esistenza, collettiva e partecipata.  Â
P.s. Aggiungo, a cortese richiesta, il punto di vista di un’apeina romana su Ape Milano. C’è tanta partecipazione, c’è energia, c’è volontĂ di incidere con passi e parole. Ma, sopra ogni cosa, c’è la fortuna di fare parte di un’alveare: possiamo anche spostarci da una cittĂ all’altra, ma siamo in una comunitĂ che ha radici e valori condivisi.Â