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I Misteri di Camposecco

Quarto Anno Galattico dopo Zuma, il ritrovo è al consueto binario mono numero dedicato ai regionali poco turistici. Il gruppo è già arrivato, manco solo io. Il maestro Jedi Adelchi ha la voce più calma del solito e annuncia che purtroppo Alberto non sarà dei nostri.

Un corale “nooooo!” ne decreta il sincero dispiacere ma nella galassia dell’Infra il tempo scorre tra le coincidenze dell’no oil. Si parte in perfetto orario e fin da subito si ha voglia di chiacchiere belle impegnate che ci accompagnano alla stazione di Lecco. Si scende e si risale in direzione Maggianico come se stessimo ancora danzando con i larici olimpici.

Girovaghiamo a zonzo alla ricerca di un bar per poi desistere e incominciare la salita per la casa apeina. La giornata promette bene e il gruppo cammina a ranghi compatti per poi sfilacciarsi nell’ultimo tratto. In circa un’ora siamo arrivati a Camposecco giusto in tempo per prendere il meritato caffè al rifugio.

Siamo gli unici forestieri e nell’attesa che la moka emetta i suoi inconfondibili gorgoglii, parliamo con un volontario tutto brandizzato Camposecco che ci svela la vera origine di questo bizzarro nome. Tempo fa in dialetto lecchese il luogo veniva chiamato Camposecch (campo del secchio) che si è via via trasformato in Camposecc (campo secco). La storia del rabdomante milanese che trova la sorgente d’acqua in questo luogo ritenutone privo mi piaceva decisamente di più. Un mistero quale sia la versione più veritiera che viene per un attimo accantonata dalla visita di Vincenzo che si unisce alla combriccola giusto in tempo per andare ad aprire la casa apeina.

Il focolare dell’APE è nuovamente aperto, la vita torna per un attimo a circolare tra le sue mura e ci sembra il momento giusto per una inconsueta foto di gruppo con la compagnia di un panettone vegano al posto del canonico vessillo giallo. L’infra cede al becero marketing? Mistero.

L’escursione si può dire conclusa e anche la scheda ufficiale dice questo ma il Maestro Adelchi ci propone di andare al bivacco Corti nel consueto cambio di itinerario dell’ultimo momento.

Qui la salita si fa dura e Vincenzo ci detta il passo quando, all’improvviso, si blocca e imprecando come un Klingon esclama: “cazzo il bastun!!!”. Ennesimo mistero di giornata. Effettivamente il caratteristico bastone che brandiva come una spada laser non è più con lui. Più che la forza sono le forze che iniziano a scarseggiare tra questa lingua tutta sassi e curve da cui non si riesce a vedere l’arrivo.

Stanchi e sparpagliati arriviamo al rifugio Corti, una graziosa casetta verde in cui l’autogestione risplende nell’ordine al suo interno. Il sole è alto e una poiana ci protegge con il suo volo maestoso e fiero. La pancia fa i capricci ordinando alle mani di fiondarsi all’interno dello zaino alla ricerca del cibo.

Mentre addento il mio primo panino proletario 15% nutrimento 85% ideologia mi guarda in cagnesco una pietra che mi ricorda che sto sbocconcellando in uno stato straniero. Come sono stupidi i confini, barriere ideologiche che si tramutano in linee immaginarie, dogane, fili spinati per identificare un nemico da cui difendersi. Pensieri ruminanti che accompagno con un sorso di Powerade all’arancia che ha l’effetto di uccidere immediatamente uno chef stellato in qualche bugigattolo culinario.
Walter ci ingolosisce condividendo cioccolatini dalle forme e gusti assortiti mentre il sole ci dona i primi tepori primaverili. Dopo pranzo salutiamo Vincenzo sceso in picchiata verso il recupero del bastone spada laser.

Il ritorno ci consente di camminare sul crinale del Monte Gavas che ci spalanca la sua vista manzoniana su Lecco e il suo caratteristico ramo per poi affrontare la discesa dal primo tratto decisamente fuori scala Infra.

Il sentiero si fa sempre più stretto e impegnativo con alcuni punti in cui l’esposizione è davvero importante. Mi sento come Alex Honnold nel documentario Free Solo ma, una volta superato il breve tratto, io rimango un cazzaro e lui un folle e talentuoso arrampicatore.

L’ultimo pezzo è un sentiero dolce e regolare che ci fa arrivare al Castello dell’Innominato in cui si discute e dibatte della bravura di Hayao Miyazaki in Porco Rosso.
Calolziocorte con il suo cartello comunale in dialetto ci avvisa che siamo tornati in città ma un Ape varca qualsiasi confine con il suo volo leggero e instancabile.
La stazione ormai dista un rettilineo quando il mio sguardo incrocia un motto che grida vergogna e implora umanità. Un pugno chiuso per resistere, una mano che vorrebbe aprirsi per ricevere quell’aiuto che ancora in troppi glielo vogliono negare.

Gaza non ti arrendere, non piegare mai la testa all’invasore.
L’Ape Milano sarà sempre al tuo fianco e questo non è un mistero.

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