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Gita al rifugio Sant’ Jorio: 2 api nella neve infinita

La sera prima della partenza

«Ma ci sarà neve, secondo te?»

«Non credo, i curatori dicono che probabilmente ci sarà qualcosina quando arriviamo in alto, ma sarà fanghiglia… Non preoccuparti!»

Ecco, le parole magiche per farmi consumare dall’ansia, dai pensieri di catastrofi e morte precoce o, peggio, di fare una figura barbina alla mia prima gita di gruppo con persone che quasi non mi hanno mai vista prima (ansia sociale ne abbiamo?). Mi dico che, tre settimane fa, siamo stati in Val Malenco e, intorno ai duemila, di neve ce n’era eccome. Però, è anche vero che in questi giorni ha fatto caldo.
Insomma, guardo le mie scarpe da neve super tecniche, morbide e adorate, e decido di lasciarle nello sgabuzzino. Al loro posto, scelgo le Salomon vecchissime e mezze rotte, ma tanto amate, con la suola liscia come una pista di pattinaggio, ma tanto il sentiero è una mulattiera, che problema c’è?

Otto del mattino, ritrovo al Piano Terra.

Saluti e presentazioni, dimentico i nomi nell’istante stesso in cui vengono pronunciati. Qualcuno però l’ho già visto e la mia ansia da facciamo-una-gita-in-monatagna-con-persone-che-non-conosco-e-saranno-tutti-più-bravi-di-me si calma. È mattina presto e sono ancora nel mondo dei sogni, ma l’atmosfera di APE mi fa sentire al caldo, in un posto accogliente, anche se ancora non ci conosciamo.

Io e Fabio finiamo in macchina con Francesca e scopriamo che ci siamo già incontrate “virtualmente” in un gruppo di eventi culturali a Milano. Partono le chiacchiere, insieme a Lorenzo, che ci racconta delle strane persone che lo abbordano per strada, per raccontargli la loro vita, e Iyad, che racconta la sua esperienza di studente di dottorato siriano, che prima si è trasferito a Milano e ora in Abruzzo. Un sacco di cose, parole interessanti e, quasi senza accorgercene, la macchina ci porta vicino al luogo di inizio dell’escursione.
Facciamo un incontro interessante con una signora del luogo, che ci lancia un’occhiata di fuoco e ci apostrofa con un’accogliente: «Ma chi vi ha dato la patente?»

Quando arriviamo al luogo dell’incontro, l’atmosfera si raffredda di colpo: che ci fa la neve già all’inizio del sentiero?
Oddio, guardo la suola liscia delle mie care vecchie Salomon. Come faremo, ragazze mie?

Iniziamo a camminare e la mia situazione appare subito tragica: le scarpe non fanno nessuna presa. Sono nella merda, e siamo solo all’inizio del sentiero. Sto seriamente considerando l’ipotesi di scappare senza farmi vedere. O anche facendomi vedere, non importa, quello che conta è salvare la pelle.
Per fortuna, si manifesta il primo deus ex machina della giornata: Luca, che brandisce dei ramponcini da attaccare alle mie povere Salomon infortunate. I ramponcini, che in teoria sarebbero fatti per camminare sul ghiaccio, cosa che non ho ancora avuto il coraggio di provare, funzionano alla grande. Posso camminare in modo quasi normale.

Sto per piangere. Sono salva.
Sciocca, ancora non sai cosa ti aspetta!
La camminata prosegue, il sentiero sale.
Il problema è che sale anche la neve, che, in alcuni punti, ci fa affondare fino alle ginocchia.

Ho i piedi fradici, e pure i pantaloni. Ma l’aria è calda e sto sperimentando uno dei paradossi della statistica: se hai la testa al sole e i piedi nella neve, la temperatura media del tuo corpo sarà normale. E sticazzi, basta divagare, vai avanti a camminare.
Continuiamo a salire, la strada sembra proseguire all’infinito, o forse sono io che sto rallentando sempre di più, lottando contro il risucchio della dannata neve, che sarà anche bella, luccicante e poetica, ma cazzo quanto è faticoso.
Le mie energie si abbassano, mangio una barretta. Andiamo avanti. Non riesco a fare conversazione come vorrei, sono concentrata sul cammino e sul non restare troppo indietro.
Io e Fabio siamo gli ultimi, ci danno un walkie talkie. Il mio orgoglio è già sepolto sotto la neve, lo lascio lì.
A un certo punto, Luca e Davide, i due curatori della gita, nonché angeli custodi del gruppo, si fermano.
Oddio, siamo arrivati?

«Abbiamo deciso di cambiare meta. Invece di arrivare al rifugio Sant’Jorio, ci fermiamo prima, al rifugio Giovo». E poi, aggiungono una cosa che sembra un raggio di sole nel mio abisso di stanchezza: «Mancano circa 40 minuti».

Che, in realtà, sono tantissimi, se come me hai praticamente esaurito le energie e vai avanti per pure forza di volontà, che peraltro vacilla di fronte al pensiero che “chi te l’ha fatto fare, Vale, potevi andare al parco vicino casa e stendere un telo al sole, leggendo e mangiando schifezze”. Però, la vista da qui è spettacolare.

Mi fermo. Non ce la faccio più. Mi sembra che le scarpe pesino mezza tonnellata, e forse è l’acqua che ci si è sciolta dentro, o forse è che sono arrivata alla fine della mia riserva energetica.
E qui, arriva un’altra dea ex machina della mia giornata: Simona. È la prima volta che ci parlo e, in realtà, più che altro boccheggio. Mi offre acqua e uno strano gel zuccheroso che, a quanto capisco, è tipo una droga per farti arrivare fino in fondo: una bomba di zuccheri al sapore di frutta chimica.

«Ha un saporaccio, ma vedrai che ti dà una botta di energia».

Non so se il senso del gusto può cambiare quando sei molto stanca, ma sta di fatto che mi sembra di assaggiare del nettare divino. Sento i cori degli angeli sulle cime innevate, intorno a me.
Cazzo, che panorama.
Ok, la bomba energetica fa effetto, e mi fa arrivare fino al rifugio.
A questo punto, scopro che in realtà tutto il gruppo è piuttosto arruffato e stanco, mi sento meno inetta. A quanto pare, camminare in mezzo metro di neve in salita non è una passeggiata di salute per tanti altri.
Mettiamo scarpe e calze ad asciugare al sole, ci godiamo gli sprazzi di calma dal vento, e mangiamo. C’è anche un cagnolino adorabile che vorrei portarmi a casa, ma non sarebbe carino.
L’uovo di Pasqua e la colomba sono il tocco da maestro che mi fa tornare la voglia di vivere.
Ma, non lo dico, o forse sì, non ricordo, me la faccio sotto al pensiero del ritorno. Sto seriamente considerando di sedermi sul ciglio del sentiero e lasciare che la gravità faccia il suo corso e mi faccia arrivare alla base della montagna senza sforzo, scivolando sulla maledetta (e stupenda) neve.
No, Vale, tieni duro.
Parto cattivissima e, stranamente, la discesa è meno faticosa. Forse anche perché ho smesso di lottare contro la neve e accetto che diventi un tutt’uno con i miei vestiti e soprattutto le scarpe.
Povere, mie Salomon del cuore, vi voglio bene, non odiatemi per quello che vi sto facendo passare!
Stimiamo un paio d’ore, forse tre, per scendere, ma alla fine ce la facciamo in meno tempo, e siamo tutti stupiti.
Arrivati alle macchine, io sono stravolta, ma felice e incredula di essere sopravvissuta.

Il viaggio di ritorno, sempre con Francesca, Lorenzo e Iyad, è piacevole come all’andata. Mi lascio un po’ più andare, sarà il sollievo di non essere precipitata dalla montagna?
A parte il disagio della neve imprevista, sia io che Fabio siamo contenti di aver partecipato. APE sembra una comunità, non solo un’associazione, cosa che, in particolare a Milano, è merce rara.
Quando, tornati al Piano Terra, alla fine ci salutiamo, una sola frase mi sembra adeguata:

«Ragazzi, però questa gita secondo me è da tre api. Minimo!».

Valentina per APE Milano

La giornata ha ispirato anche il ricordo in rima di Lorenzo:

La neve d’aprile che non ti aspetti
in fila indiana con i passi sospetti
Cristalli sberluccicanti che tracciano il cammino
affondo mi rialzo e me la rido come fossi un bambino
Il gruppo è una fisarmonica in lotta con le sue fatiche
oggi non siamo tenere api ma tenaci formiche
Il fiato è corto e la meta sembra ancora lontana
ho i piedi ghiacciati e sogno Copacabana
Il nostro premio una valle piena di silenzio
pranziamo con ogni ben di dio, manca solo l’assenzio
Il tempo è poco e il ritorno mette apprensione
ma tra chiacchiere e sorrisi ci scappa pure un ruzzolone
Al grido di “Erba, foi Erba, foi”
siamo già alle macchine, felici come degli eroi

sant'jorio