Autore: Ape Milano

Maledetta primavera

Scusate il ritardo.

Noi dell’Infra amiamo i ritardi, i rimandi a un mercoledì futurabile tanto, si sa, che chi cammina al centro della settimana è un patologico fancazzista. Il motivo? La pioggia. La nuvoletta nera e bastarda che immancabilmente ci impone di rimettere scarponi e bacchette nei luoghi domestici più asciutti e tristi: gli armadi. 

Ma oggi è il giorno giusto, sono carico a molla nulla può ostacolare il mio passo deciso e sicuro…finchè non butto l’occhio sul calendario. E’ mercoledì 17. Fanculo. Maledetta Primavera.

Mi vesto come un sommozzatore, esco di casa con il buio in una città fintamente morta con un tram pieno di disperati che vanno a lavorare per sopravvivere e io che fisso i miei scarponi sporchi di fango e ricordi.

Chi scenderà in campo per l’Infra a questo giro?

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In Val Codera a svegliare la primavera!

Ritrovo in stazione Garibaldi alle 7:05 per prendere il treno per Novate Mezzola.

Sono quasi 2h30 di viaggio, ma la meta di questa domenica ci permette di fare una gita “no oil”. Il tempo passa velocemente tra chiacchiere, qualche sonnellino e il tesseramento dei nuovi iscritti.

Il gruppo è numeroso e all’arrivo affolliamo il primo bar che troviamo. Dopo una veloce colazione, raccogliamo gli zaini e lasciamo il paese seguendo i cartelli per Val Codera, la nostra meta di questa giornata.

Dal fondo del paese parte subito il sentiero (località Mezzolpiano, 316 m), quasi una mulattiera, che per circa un’ora sarà costituito da grossi gradoni di pietra e acciottolato. Il sentiero si snoda in un bosco ricco di castagni, per poi aprirsi nei pressi di una scarpata, da cui si riesce ad avere una bella vista del lago di Mezzola e più lontano un angolino del lago di Como. Il monte Legnone, come le montagne più alte della zona, mostra ancora la cima innevata. Ma il paesaggio quasi invernale non corrisponde alla temperatura della giornata, che pur col cielo velato per la maggior parte del tempo, è particolarmente calda.

Superata la parte rocciosa (una ex cava? Abbiamo trovato un vecchio bulldozer ma non abbiamo idea di come lo abbiano portato lì!), si raggiunge un gruppetto di case chiamato Avedèe (790 m). Con questa tappa intermedia termina la parte più impegnativa del sentiero. I gradoni finiscono e ci si lascia dietro un dislivello di circa 500 m. È un buon punto per riposarsi e ricaricare le energie. Il gruppo, che si era sparpagliato lungo la salita, si ricompatta e ci prepariamo alla seconda parte della passeggiata.

Il sentiero da qui in avanti non é particolarmente impegnativo e il sali- scendi costeggia la ripida valle di Codera, passando attraverso un bosco punteggiato qui e lì da altri castagni. A tratti si intravede il torrente a fondo valle.

Finalmente si raggiungono le prime case di Codera (825 m) e, affrettando il passo (la fame inizia a farsi sentire), arriviamo velocemente al rifugio Osteria Alpina, dove il gruppo si riunisce attorno ad un lungo tavolo apparecchiato sulla terrazza fuori della locanda. Tanti ospiti di età e provenienza diversa occupano gli altri tavoli.

Il pranzo è perfetto: affettati, gnocchi e ravioli di farina di castagne, polenta, formaggi e dolci, tutti fatti con ingredienti provenienti da Codera o dintorni. Completato il pranzo, non è ancora arrivato il momento di tornare. Oggi partecipiamo a “Bù marz“, un evento che si ripete all’inizio di ogni primavera da quando… da quando ci sono degli abitanti nella valle? 

I gestori dell’osteria e Roberto, anima dell’associazione “Amici della Val Codera“, ci consegnano campane e campanacci, mentre ci spiegano che, secondo la tradizione, vanno suonati facendo il giro del paese, per scacciare l’inverno e risvegliare la primavera. È un’ottima occasione per visitare il piccolo borgo e passare accanto ad alcuni vecchi edifici storici, come la scuola, che nel momento di massima espansione del paese serviva 500 abitanti.

Al termine del giro, i cuochi dell’Osteria Alpina distribuiscono generosamente frittelle di mele, come tradizione insegna. Leccandoci le dita, salutiamo e iniziamo il rientro, ripercorrendo i nostri passi fino all’inizio del sentiero. Il tempo di una birra ed è ora di saltare sul treno, che affollato di turisti e pendolari del weekend, ci riporta alla Stazione Centrale.

A livello tecnico, il sentiero non è stato difficile. La parte a gradoni mette alla prova quadricipiti e ginocchia, ma non è richiesto un particolare allenamento. Se non si ha intenzione di avventurarsi nella valle al di sopra di Codera, una mattinata è più che sufficiente, anche concedendosi diverse pause. Due fontanelle all’inizio del percorso e a metà strada permettono di ricaricare le borracce. 

Camminata a parte, quello che rimane più di tutto è il calore dell’accoglienza delle persone che animano questo villaggio isolato tra le montagne. La loro passione nel tenere vive le tradizioni di Codera e il lavoro ammirevole di recupero delle case e delle coltivazioni lanciano un bel messaggio di rinascita, in controtendenza con lo spopolamento delle valli meno turistiche.

Giacomo e Isabel per APE Milano

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L’Alpe Devero in stato di grazia

Eravamo in quattro: un piccolo manipolo determinato a lasciare impronte sulla neve all’Alpe Devero, mai così tanta in tutto l’inverno. Siamo partiti all’alba di sabato 9 marzo, nonostante le previsioni di nuvole e qualche precipitazione ma con l’assicurazione (verbale) che le condizioni che avremmo trovato in giornata all’Alpe e nell’avvicinamento sarebbero state di assoluta sicurezza.

Lasciata la macchina al parcheggio, data l’impossibilità di percorrere il sentiero da valle, siamo entrati nel paese e siamo stati catapultati subito in una dimensione da sogno: casette in pietra coi tetti coperti di neve, silenzio, bianche distese incontaminate contornate da ruscelli, una presenza umana limitata a pochi, discreti esemplari muniti di ciaspole o sci con le pelli, qualche cane educato. Indossate le ciaspole, alcune di pregevole fattura vintage, ci siamo incamminati sul percorso invernale per l’Alpe Crampiolo.

La visibilità era buona, la traccia presente e soffice. Dopo esserci inoltrati in un boschetto di larici, abbiamo raggiunto agevolmente l’abitato di Crampiolo, anch’esso praticamente tutto per noi, cosa davvero rara. La temperatura non era rigida ma cominciava a fioccare debolmente, così prima di incamminarci per la diga di Codelago ci siamo assicurati un posto al calduccio per il pranzo, in un agriturismo dove solitamente bisogna prenotare due mesi in anticipo.

La salita a Codelago è rapida e rilassante e, arrivati in cima, la vista sul lago coperto di neve e senza tracce è davvero suggestiva. Lì ci siamo fermati, come previsto, perché oltre il boschetto di larici su uno dei lati sussisteva un possibile pericolo valanghe.

Dopo pranzo, prima di fare ritorno alla piana del Devero, ci siamo avventurati fino al Lago delle Streghe, prestando attenzione alle lanche (piccoli corsi perifluviali tipici di questa zona) celate dalla neve. Anche qui non ci siamo avventurati oltre la parte sicura (qualche anno fa il lago era stato quasi cancellato da una valanga mista a terriccio: ora è tornato come prima, e nella bella stagione presenta colori smeraldini e cangianti che si possono ammirare sedendosi sulle grandi rocce soprastanti).

Al ritorno abbiamo percorso una strada diversa da quella dell’andata, andando così a formare l’anello: anche in questo caso non ci stancavamo di ammirare i dolci avvallamenti, i sassi col cappuccio di neve, gli alberi contornati di bianco: come colonna sonora, qualche uccellino e le sporadiche chiacchiere di noi che ci stavamo conoscendo, nella gioia di condividere una situazione speciale.

L’ultima tappa è stata dal rifugista Michele, uno dei fondatori del Comitato Tutela Devero, nato per difendere l’Alpe da “progetti di nuovi impianti, piste da sci e da mountain bike, strade, alberghi, bar e strutture ricettive: consumo di alberi e suolo, bacini idrici, neve artificiale, danni all’ambiente delicato e insostituibile”.

Tra torte di mele, bombardini e tisane, abbiamo parlato degli ultimi sviluppi: mentre il comitato si sta muovendo con super-avvocati a livello europeo (motivo per cui sono gradite donazioni, che si possono effettuare sul sito https://comitatotuteladevero.org/), la cordata di speculatori è stata comprata in blocco da un magnate della cremazione (“uno che avrà sempre lavoro”) che ha una casa lì, e tutti sono in attesa delle sue mosse: vorrà fare dell’Alpe Devero un luna park di sua esclusiva proprietà o preservare quella magia che lo ha portato lì?

Con un po’ di pensiero magico nel cuore e tanta bellezza negli occhi, ci siamo avviati alla macchina…

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Chi me l’ha fatta fare? La Val Biandino risponde


Sarà che sono nato e cresciuto a ottanta passi dal mare (lì ho contati la scorsa estate) sarà che sulla neve ci sono stato si è no una decina di volte, sarà che ho iniziato a muovere i miei passi in montagna da relativamente poco tempo, sarà semplicemente che sono calabrese, ma mentre pedalavo verso la sede di APE Milano alle cinque e mezza di una freddissima Domenica mattina pensavo, in tutta onestà:

Ma chi me l’ha fatta fare?

E quindi, chi me l’ha fatta fare? C’è evidentemente un legame forte fra APE Milano e la Val Biandino, dove eravamo già stati all’inizio di ottobre 2022 ad ascoltare racconti e canti di partigiani, di fughe notturne oltre confine, di brutte storie che, speriamo, non torneranno, e ci eravamo stati nonostante un diluvio cattivo e costante. C’è forse un legame forte anche fra me e la Val Biandino, che per me quella dell’ottobre 2022 è stata la prima uscita con APE Milano, nonostante quel diluvio, cattivo e costante. Quindi, forse, “chi me l’ha fatta fare” è una domanda malposta.

Arriviamo a Introbio intorno alle otto del mattino: appello, caffè al bar e via, si parte. Dopo qualche rampa acciottolata per uscire dal paese si arriva velocemente al punto da cui parte il nostro sentiero, che però, scoprirò poi, non attraversa la Val Biandino. Perché, memori delle difficoltà dell’ultima volta, non siamo entrati subito nella valle, ma ci siamo avvicinati con calma, prendendola larga, arrivandoci in realtà da dietro, da una valle laterale.

Questo lento corteggiamento alla Val Biandino ci ha fatto passare sotto l’Alpe Agoredo e poi alle casere di Abbio: abbiamo goduto di una spettacolare vista su Resegone e Grigna prima e sul Pizzo dei Tre Signori poi; abbiamo ascoltato altri racconti di partigiani in fuga dai rastrellamenti, e camminato con la neve alle caviglie (che per me, abituato ad avere il mar Jonio alle caviglie, è stata una bella novità). E alla fine siamo sbucati sopra al rifugio Tavecchia, nel centro della Val Biandino, appunto. Il resto sono dettagli di puro godimento: apeini stesi al sole sulla sdraio in stile Christian De Sica in Vacanze di Natale ‘90 (vedi foto), polenta con cassœula, discesa su strada ghiacciata, ritorno a Introbio con le ultime luci del giorno, classica coda per rientrare a Milano. 

Luca per APE Milano

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Il cammino: gesto singolo, plurale e politico

Con ritardo imperdonabile per i canoni lombardi, ecco qui le mie memorie della due giorni in Val Grande. La mia prima uscita con Ape Milano. Servono un paio di motivazioni per giustificare la consegna del mio racconto con un mese di ritardo: un pervasivo senso d’ansia che la sollecitazione di un certo membro del gruppo ha innestato, quando mi ha proposto di scrivere il racconto dell’uscita (grazie Alessandro), ma, soprattutto, il grumo di sensazioni che fatico a mettere in fila con le parole. Perché? 

Perché la due giorni è stata intensa e bellissima per me romana, trasferita da poco in Brianza, che quando è entrata per la prima volta al Piano Terra aveva nel portafogli la tessera di Ape Roma, negli occhi e nelle gambe i panorami degli Appennini, e nel cuore l’assenza di una persona che mi ha insegnato in silenzio la montagna.

E poi, questo è un periodo particolare: c’è il conflitto in Palestina, l’invasione israeliana di Gaza, centinaia di migliaia di persone che camminano solo per scappare, ridotte ad animali in gabbia nella loro propria lingua di terra. Mentre noi, escursionisti proletari e comunque privilegiati camminatori, proviamo rabbia ma abbiamo a disposizione la Val Grande, per riscoprire insieme un pezzo di resistenza che fu. 

Allora mi domando: che senso ha il nostro andare apeino oggi? E cosa ci può raccontare una valle rimasta disabitata dopo un furioso rastrellamento nazista e lo spopolamento degli anni ’60?  

Comunque… sono le 7.15 di mattina, è un sabato di novembre, siamo in 24, siamo pronti a partire per ricalcare il percorso proposto da Zuma. 

Il nostro punto di partenza è Rovegro, piccola frazione appoggiata sopra il lago Maggiore, che ci lasciamo alle spalle attraversando uno scenografico ponte (non) romano sul torrente San Bernardino. Da qui in poi, seguiamo il riverbero del sole sull’acqua, salendo per una mulattiera all’ombra di faggi, castagni e ailanto, dove alle nostre chiacchiere si alternano piccole cappelle votive. Poco dopo, il sentiero si allarga e fa spazio agli unici abeti della zona, di fronte al santuario di Inoca. Qui scopriamo che Oca vuol dire acqua e che ogni abete è stato piantato per ricordare un membro diverso di questa comunità montana, ucciso durante il rastrellamento nazi-fascista del 1944. 

Il torrente si allontana, e noi continuiamo la salita fino all’ostello di Cicogna, dove ci accoglie Andrea, un novarese trasferitosi qualche anno fa, e che ha preso in gestione l’ostello, ma non sa fino a quando perché la burocrazia taglia la volontà, anche qui. Mentre siamo seduti sulla balconata naturale dell’ostello e mangiamo il nostro panino, una raffica improvvisa di vento alza le foglie secche di castagni come se fossero uno stormo di uccelli pronti a migrare.

Due parole su Cicogna: minuscola “capitale” della Val Grande, in cui il rapporto uomo-gatto è di 1:10 e Piero ci ricorda di chiudere le porte per non ritrovarceli nel letto. Sono così grossi che fatico a riconoscere un cane tra due felini. C’è anche una chiesetta, e una signora che la apre e chiude ogni  giorno, accompagnata non da un prete ma dalla sua cagnolina presa in un canile di Avellino. 

Nel pomeriggio qualcuno di noi passeggia su un tappeto rosso di foglie, alla ricerca degli ultimi ricci di castagne. L’appuntamento vero però è con Abo prima di cena, per il racconto della nascita di Ape, dello spirito delle origini, di quando l’associazione è stata proibita dalle leggi fasciste, della sua sopravvivenza anonima e della sua riscoperta, e poi di un manipolo di partigiani che si rifugiarono in Val Grande da Milano e dal lecchese, del rastrellamento e dell’eccidio del giugno del ’44. E mentre lui dà nuova voce allo spirito partigiano e alla natura di uomini e Alpi, io ripenso ai luoghi in cui sono cresciuta e a come risuonano le sue parole sui ricordi della mia terra. Ripenso alle due casse di munizioni e al barile della Wehrmarcht del 1941 ritrovate in cantina quest’estate, quando la casa dei miei nonni in Sabina era stata occupata dagli uomini di Kesserling, che voleva bloccare tutti gli accessi verso Roma dalla Salaria. Penso a mio nonno, cacciato da casa sua per fare spazio a una mensa militare e a mio papà bambino, che ogni tanto ci giocava con quei soldati tedeschi, mentre qualche chilometro più in là la Brigata d’Ercole-Stalin si rifugiava sul monte Tancia. E poi penso che forse la memoria serve di più a noi vivi, per ricordarci pezzi di identità.

Comunque, la serata scorre veloce, tra birra, polenta taragna, i numeri in dialetto di Zuma, e alle 8 del mattino siamo pronti per affrontare il lungo anello di Velina. Pioviccica, c’è bruma, non ci sono gatti. I piedi scivolano ogni tanto tra foglie umide e rocce lisce, il sentiero segue le rughe dei crinali, più in alto la pioggia diventa neve che sembra una spolverata di zucchero a velo sulle vette. Camminiamo e parliamo. Andiamo e attraversiamo piccoli guadi, passaggetti delicati protetti da catene, ruderi di borghi ormai abbandonati. Ci lasciamo alle spalle l’alpe Montuzzo, Crosane, i ruderi di Uccigiola. Conosciamo Piero, il solo abitante, custode e gestore del bivacco Velina, che ci racconta di come a fatica cura ancora i 4 piccoli borghi e il bosco. Proseguiamo e superiamo l’alpe Scellina e Curt Pirela. Attraversato il ponte Velina, i castagni lasciano il posto ai faggi, ma il rumore dell’acqua e la sensazione che la natura stia inghiottendo mulattiere, alpeggi e antiche borgate piene di storia umana non ci abbandona mai.

Più avanti, la vista di una vecchia teleferica in disuso anticipa il ritorno alla strada asfaltata. A Bignugno riprendiamo il bosco e torniamo alle macchine camminando, letteralmente, sul torrente San Bernardino.

Cosa lasciano otto ore di totale immersione in Val Grande? Di certo, il fascino solitario della natura padrona che richiede un vincolo monogamo a chi decide di restare, e anche la consapevolezza che il cammino sia un gesto insieme singolo, plurale, politico. Dobbiamo e vogliamo ripercorrere il nostro passato di resistenza. Ma come dargli un nuovo senso oggi, che la guerra si è spostata più in là e forse, gli occupanti involontari siamo anche noi? A me l’unica parola che viene in mente è la ri-esistenza, collettiva e partecipata.   

P.s. Aggiungo, a cortese richiesta, il punto di vista di un’apeina romana su Ape Milano. C’è tanta partecipazione, c’è energia, c’è volontà di incidere con passi e parole. Ma, sopra ogni cosa, c’è la fortuna di fare parte di un’alveare: possiamo anche spostarci da una città all’altra, ma siamo in una comunità che ha radici e valori condivisi. 

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Sempre più in alto
per una nuova umanità!

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