STRADE BIANCHE, CONTI IN ROSSO

Uno sguardo su opere e bilanci di RSI Srl a Colere
Nell’immaginario collettivo il termine strada bianca richiama immediatamente scenari bucolici e armoniosi, basti pensare agli sterrati senesi della Val d’Orcia o alle antiche strade romane. Il termine strada bianca, a dispetto di ciò che evoca, fa riferimento comunque a una strada sterrata, un’opera più o meno impattante realizzata dall’uomo in un determinato ambiente, che di conseguenza viene modificato. Queste strade, che alla vista possono risultare gradevoli e in armonia con il paesaggio che le circonda, da un punto di vista ecologico possono stravolgere completamente un territorio e risultare disastrose per le specie che vi abitano.
Se durante i mesi estivi si sorvolano le Orobie tra la Valzurio, la Val Conchetta e la parete nord della Presolana, appare chiaro come la zona dove sorgono gli attuali impianti sciistici di Colere è stata oggetto di pesanti lavori di rimaneggiamento del territorio; piste e strade accessorie tagliano un paesaggio calcareo unico e fragile, uno degli hot spot ecologici più preziosi delle alpi italiane. Se ciò che è fatto è fatto, occorre però preservare quello che ancora rimane, sia nelle ancora intatte che in quelle “isole” ancora presenti dove sorgono gli impianti, tra una strada sterrata e un pilone, risparmiate dai frequenti lavori di escavazione e sistemazione.
Sbirciando con le varie applicazioni satellitari e soprattutto recandosi in loco, qualcosa non torna. Negli ultimi anni sono comparse nuove strade sterrate a servizio delle piste, alcuni tratti delle piste risultano visibilmente più larghi che in passato, altre aree appaiono ricoperte da sedimenti evidentemente prelevati altrove. Apparentemente nulla che faccia gridare allo scandalo, ma se si vanno a leggere i documenti relativi ai progetti di completamento e ammodernamento degli impianti di Colere appaiono evidenti alcune contraddizioni.
In particolare, per quello che riguarda i lavori eseguiti nel 2022, il Parco delle Orobie Bergamasche aveva dato il via libera ai lavori a condizione che alcune prescrizioni venissero rispettate. Tra le varie, veniva esplicitamente proibito lo spianamento delle piste esistenti per facilitarne l’innevamento; si raccomandava di non intaccare habitat riconducibili ai “pavimenti calcarei” o altri ecosistemi pregiati così come si impediva di smaltire in siti non idonei e autorizzati il materiale di scavo in eccesso e i rifiuti prodotti. Si chiedeva addirittura di ricoprire eventuali aree interessate dai lavori con il manto erboso originario.
Andando in loco, appare chiaro come tutte queste prescrizioni siano state completamente ignorate e disattese. Sorge quindi spontaneo domandarsi, da un lato come mai non siano stati effettuati i normali controlli, dall’altro come verrà modificato il territorio dopo i lavori attualmente in corso, considerando che le prescrizioni, a questa tornata, sono molto meno stringenti di quelle del 2022.
Tutto ciò è accaduto questa estate, mentre il comune di Colore, nonostante l’appoggio espresso dal primo cittadino al progetto di collegamento delle stazioni di Colere e Lizzola, dava parere negativo a riguardo per ragioni di natura giuridica e finanziaria. In particolare non veniva accettata la proposta di estendere la convenzione attualmente in essere con la RSI, quella che riguarda l’estensione del demanio sciabile in Val Conchetta costituisce il primo passo per il collegamento dei comprensori. Proprio considerando gli aspetti finanziari, emerge un altro dato preoccupante. E’ da poco stato reso pubblico il bilancio della Società RSI, che ha in concessione la stazione sciistica di Colere e interessata all’acquisizione di quella di Lizzola a patto che si realizzi il Collegamento dei due comprensori. Andando a spulciare il bilancio, emerge come negli ultimi due anni la società sia andata in perdita, peggiorando il negativo di circa 328.000 euro del 2024 con un preoccupante – 1.448.526 euro nel 2025.
Valutando i numeri forniti da RSI si nota che la ragione principale del negativo è dovuta alla riduzione dei ricavi dalla vendita di primi ingressi. Ciò può essere in parte spiegato con l’inizio ritardato della stagione sciistica, a causa della scarsità del manto nevoso, e della fine anticipiata per consentire l’inizio dei lavori previsti per il rifacimento dell’albergo Pian Del Sole. Nonostante questa parziale giustificazione, si può comunque notare come i ricavi provenienti dalla vendita degli ingressi non riesca a coprire l’entità dei costi di produzione.
Sempre spulciando il bilancio, se si osserva il risultato economico prima degli ammortamenti e degli oneri finanziari, esso risulta positivo per un valore di 72 mila euro. L’entità degli investimenti effettuati, tuttavia, richiede già un onere di 505.013 euro per ammortamenti, destinati a salire ulteriormente una volta completati i lavori di ristrutturazione dell’ Albergo al Pian del Sole, per il quale si prevede un costo di 8 milioni di euro.
Altra voce impegnativa è rappresentata dagli oneri finanziari, che ammontano a 1.142.000 € e sono conseguenti ai finanziamenti ottenuti da varie banche per oltre 18,5 milioni di euro, da ripianarsi in un arco di tempo tra i 5 e i 20 anni. Finanziamenti erogati a fronte di garanzie personali prestate dalla Scalve Scarl, società di diritto con sede in Lussemburgo.
Questi sono i numeri, che parlano chiaro e mettono in luce una realtà diversa rispetto a quella narrata da molti media e politici locali, che tendono a mettere su un piedistallo la società RSI, a loro dire l’unica capace di risollevare le sorti delle stazioni sciistiche delle due valli.
Se questo è lo stato dei conti relativi alla stazione di Colere negli ultimi due anni, è lecito chiedersi con che credibilità una società come la RSI spinga per realizzare un collegamento che fa già discutere per la sua insostenibilità economica, i cui costi già elevati in partenza (70 milioni, di 50 provenienti da fondi pubblici) sono destinati ad aumentare.
Verrebbe da domandarsi chi guadagna da questa operazione? Quale comunità e quale società può farsi carico di un progetto di sviluppo, che già dai suoi primi passi mostra crepe e scricchiolii?
Come oramai sempre più voci ripetono, occorre abbandonare questi progetti, figli di una mentalità imprenditoriale che non solo non rispetta e non tutela il patrimonio ambientale e paesaggistico, ma non produce nemmeno una reale e duratura ricchezza che possa essere motore di sviluppo delle aree montane.





