
500 larici in corteo: chiamata alle montagne e alle terre alte per il 7 febbraio 2026
Sabato 7 febbraio 2026 saremo in piazza a Milano a fianco del CIO (Comitato Insostenibili Olimpiadi) per dire che quelli di Milano-Cortina sono, come ampiamente denunciato in questi anni, giochi d’azzardo. Tra le molte promesse di partenza dei XXV Giochi olimpici invernali ricordiamo: gratuità, sostenibilità, rilancio delle politiche per le aree montane. Questi Giochi drenano almeno sette miliardi di risorse per lo più pubbliche ai bisogni dei territori alpini e pedemontani coinvolti, e mortificano l’intero arco sud delle alpi all’insegna di un’esperienza turistica poco accessibile, disinteressata allo sport di base, del tutto inadeguata ai cambiamenti che la crisi climatica ci impone.
Se anche tu muovi alla montagna non citius, altius, fortius, ma più lentamente, più in profondità e più dolcemente, cammina con noi nello spezzone delle terre alte.
Portiamo in corteo i 500 larici di Cortina
Diamo vita insieme a uno spazio attraversabile da attivist* e famiglie, alpinist* e movimenti ecologisti, amanti e abitanti delle montagne. Uno spazio dove camminare insieme domandandoci: che montagna vogliamo? Che futuro progettiamo? Lo faremo con una caratterizzazione scenografica potente: portare in piazza i 500 larici abbattuti a Cortina per l’inutile pista di bob, insieme a bob, vecchi sci, slittini, tute e occhialoni da sci.
Centinaia di alberi, alcuni con oltre 200 anni di vita, sopravvissuti a due guerre mondiali e alla tempesta Vaia, sono stati sacrificati per 90 secondi di gara sulla pista da bob. Una colata di cemento da 124 milioni di euro che sarà utilizzata da una manciata di atleti, per poi essere probabilmente abbandonata come il trampolino di Cesana di Torino 2006.
Come rendere visibile l’invisibile? Come creare un contro-immaginario che squarci il velo sulla reale natura di queste Olimpiadi? Proviamo così: 500 persone, 500 larici, 500 alberi che marciano per le strade di Milano. Non solo per denunciare, ma per sollevare domande. La natura che accusa, il rimosso che riemerge.
Costruisci il tuo larice – Partecipa ai laboratori
Lunedì 12 gennaio ore 18 – Primo laboratorio creativo a Piano Terra
Lunedì 19 gennaio ore 18 – Secondo laboratorio creativo a Piano Terra
Lunedì 26 gennaio ore 18 – Terzo laboratorio creativo a Piano Terra
Sabato 7 febbraio – Spezzone all’interno del Corteo nazionale a Milano
Porta con te: cartoni, bastoni di scopa, alberi di natale usati, gomitoli di lana giallo-verde-arancione, bombolette colorate, vinavil, vecchi sci e bob, occhialoni da sci, tutto ciò che serve per vergare il tuo messaggio.
Abbiamo preparato un tutorial per costruire i larici in autonomia. Si tratta di una guida, ma sbizzarrisciti con la fantasia e personalizzalo come vuoi!
Ecco il nostro tutorial
Porta il tuo larice in corteo insieme a bob, vecchi sci, slittini, vecchie tute e occhialoni da sci!
Clicca sul tutorial di seguito per ingrandirlo o clicca qui per scaricalo.

Perché proprio i larici
Da “Reimmaginare l’inverno” nel marzo 2023 a “Ribelliamoci Alpeggio” nell’ottobre dello stesso anno, fino a “La montagna non si arrende” del 9 febbraio 2025: il nostro percorso di critica alle Olimpiadi e alla monocultura turistica viene da lontano. Abbiamo camminato su creste e cime, dal Monte Cervati al Corno alle Scale, da Sella Nevea al Terminillo, per dire basta nuovi impianti, basta bacini per l’innevamento artificiale, basta logiche estrattive che trattano la montagna come un parco giochi da sfruttare fino all’ultimo respiro.
I 500 larici di Cortina sono la sintesi di tutto questo. Il suolo che cementifichiamo oggi resterà ferito per secoli. Le scelte che facciamo oggi sulle terre alte colonizzano il futuro dei territori e delle comunità. Le Olimpiadi sono una macchina di produzione di immaginari: emozioni, narrazioni, immagini che si fissano nella testa delle persone e diventano senso comune. Come rompiamo questo dispositivo se non con contro-immaginari altrettanto potenti? Vedere una foresta di alberi morti marciare per la città è un cortocircuito emotivo che apre interrogativi. È un linguaggio che attraversa le barriere, che parla anche a chi non ci conosce, a chi passa per caso, a chi vede le foto e si ferma un momento a pensare.

Dalla montagna alla città: perché opporsi alle Olimpiadi Milano-Cortina 2026
Il tempo delle mediazioni è finito
Le terre alte bruciano. Non è una metafora. Lo zero termico a 4200 metri in pieno autunno, i ghiacciai che si sfaldano, il permafrost che si scioglie sono la realtà quotidiana delle nostre montagne. Una realtà che stride con l’ostinazione di chi continua a proporre un modello di sviluppo anacronistico e predatorio.
Gli scienziati ci dicono che l’ultimo turista sugli sci arriverà nel 2040. Eppure si continuano a costruire nuovi impianti di risalita, a scavare bacini per l’innevamento artificiale, a devastare versanti per inutili collegamenti tra comprensori. Dalle Alpi agli Appennini, dalla Val di Susa alla Basilicata, assistiamo allo stesso copione: opere nocive imposte dall’alto, trivellazioni, cementificazione, spopolamento.
Perché lo sci di massa è morto (e perché continuare a investirci è follia)
I ghiacciai alpini hanno perso oltre il 60% della loro massa dall’inizio del secolo. Il permafrost si scioglie provocando frane e instabilità sempre più frequenti. Le stagioni sciistiche si accorciano anno dopo anno: ciò che trent’anni fa durava 120 giorni oggi ne dura 80, e la tendenza è in accelerazione.
L’innevamento artificiale è un cerotto su un’emorragia. Servono temperature sotto lo zero per produrre neve artificiale, ma quelle temperature sono sempre più rare. Servono quantità enormi di acqua – fino a 3000 metri cubi per una singola pista da bob – in un momento di crisi idrica strutturale. Serve energia elettrica in quantità industriali, con costi economici ed ambientali insostenibili.
Il risultato? Piste che sono nastri bianchi circondati da prati verdi, paesaggi lunari che nulla hanno a che fare con l’esperienza della montagna innevata. Impianti che funzionano poche settimane l’anno a costi sempre più alti. Comprensori sciistici sotto i 2000 metri che stanno chiudendo uno dopo l’altro perché economicamente insostenibili.
E intanto a Bormio si potenziano gli impianti di innevamento sulla pista Stelvio, investendo milioni per produrre neve artificiale su una pista che tra pochi anni non avrà più le temperature per consentirlo. Nessuna progettualità per i futuro della montagna.
Le prospettive economiche del settore sono pessime, ma si continua a devastare i territori per costruire nuove opere che saranno obsolete prima ancora di essere finite. È questo il significato più profondo della follia olimpica: negare l’evidenza climatica per perpetuare un modello estrattivo che arricchisce pochi e devasta le comunità e i territori di tutti.

Speculazione e gentrificazione
Quello che accade in montagna è lo specchio di quel che accade in città. Le Olimpiadi sono un dispositivo potente di trasformazione sociale che opera su due fronti:
Nelle terre alte: espulsione delle comunità locali attraverso l’esplosione degli affitti brevi, privatizzazione dei territori, monocultura turistica che sottrae risorse a modelli plurali di vita in montagna. La montagna diventa un grande parco a tema dello sport invernale, proprio mentre il modello dello sci di massa sta collassando sotto il peso della crisi climatica.
Nelle città: a Milano, interi quartieri subiscono processi di gentrificazione accelerata. Degli alloggi promessi, solo una piccola parte sarà a canoni realmente accessibili, mentre il resto è destinato all’housing sociale, cioè iniziativa privata supportata da fondi pubblici e privati. Fondi sottratti allo sport di base, al trasporto pubblico, ai servizi essenziali. Privatizzazione della città pubblica e conseguente militarizzazione degli spazi urbani,.
Lavoro sfruttato e sicurezza negata
I grandi eventi portano con sé lavoro sottopagato e spesso volontario, scarsa sicurezza sui cantieri, turni sfiancanti (fino alla morte) per stare dietro a progetti sempre in ritardo. L’Arena Santa Giulia, che ospiterà le partite di hockey maschile, prevede rotazioni di tre turni in 24 ore per non sospendere mai le attività, con 70 milioni di euro già previsti di extra-costi.
La retorica del “volontariato olimpico” nasconde la richiesta di lavoro gratuito su vasta scala (con la beffa incredibile dei posti letto troppo cari per i volontari), mentre le assunzioni temporanee offrono contratti precari senza prospettive. Lo spirito olimpico, inteso come cooperazione e bene comune, appare lontano, mentre prevalgono logiche di profitto e interessi economici.
L’opacità come sistema
La mancanza di trasparenza è strutturale. Non esiste un quadro informativo unico e coerente perché il sistema coinvolge una pluralità di soggetti – enti statali, regioni, comuni, società partecipate, fondazioni – senza obbligo di rendicontazione coordinata. Il risultato è una trasparenza parziale che rende impossibile una valutazione complessiva di sostenibilità, costi e impatti.
Quando le associazioni provano a fare accesso agli atti, si scontrano con muri di gomma e rifiuti. La rete Open Olympics ha prodotto tre rapporti indipendenti che documentano proprio questo sistema di opacità.
Colonizzare il futuro: che tipo di antenati vogliamo essere?
Ogni pista da bob costruita oggi, ogni larice abbattuto, ogni metro cubo di cemento colato in montagna non è solo un danno nel presente. È una colonizzazione del futuro: stiamo ipotecando per secoli le possibilità dei territori e delle comunità che verranno. Stiamo decidendo per loro che tipo di montagna abiteranno (o non abiteranno), che tipo di relazione potranno avere con le terre alte, che margini di scelta avranno.
Che tipo di antenati vogliamo essere? Quelli che hanno continuato a costruire impianti di risalita mentre i ghiacciai si sfaldavano? Quelli che hanno sacrificato boschi centenari per 90 secondi di gara? Quelli che hanno trattato il futuro come una discarica dove scaricare le conseguenze delle nostre scelte miopi?
Serve un cambio radicale di paradigma. Non basta mitigare, compensare, promettere sostenibilità. Serve fermare la macchina, dire no alle opere inutili e devastanti, rimettere al centro la cura dei luoghi e delle comunità che li abitano. Serve la radicalità di chi sceglie di non colonizzare il futuro.
Le Olimpiadi ci chiedono di sacrificare ancora una volta i territori sull’altare dello spettacolo e del profitto. Noi scegliamo di essere antenati responsabili: di difendere ciò che resta, di opporci alla devastazione, di costruire alternative possibili.
Il 7 febbraio: costruiamo insieme lo spezzone delle terre alte
Cerchiamo un momento di convergenza tra chi resiste nelle terre alte e chi lotta nelle città, tra chi difende i territori dalla devastazione olimpica e chi si oppone alla gentrificazione urbana, tra movimenti ambientalisti e sport popolare, tra comunità montane e collettivi metropolitani. Un camminare insieme che ha caratterizzato la nostra postura in tutti questi anni.
La montagna è di chi la ama, la rispetta e la difende, che ci viva da generazioni o che la frequenti con consapevolezza. Non costruiamo divisioni artificiose tra “turisti” e “abitanti”, ma alleanze trasversali contro un modello di sfruttamento che devasta territori e comunità ovunque si imponga.
Come costruiamo insieme questo spazio? Lo spezzone delle terre alte vuole essere un luogo aperto, attraversabile, con un microfono continuo per dare voce a chi non si riconosce nel disegno delle nocività in quota, delle grandi opere fossili, della monocultura turistica.
500 larici in corteo come linguaggio condiviso della nostra opposizione, ma anche come domanda aperta: quale montagna dopo le Olimpiadi? Quale futuro costruiamo insieme?
Cosa puoi fare ora
- Partecipa ai laboratori del 12, 19 e 26 gennaio
- Costruisci il tuo larice seguendo il video tutorial o come desideri
- Diffondi questo appello nelle tue reti, comunità, collettivi
- Raccogli materiali: cartoni, bastoni, alberi di natale, lana colorata e portali a…
- Scrivi a milanoape@gmail.com per dare la tua adesione e coordinarti con le altre
Il 7 febbraio ci vediamo in piazza. Porta il tuo larice. La montagna non si arrende.