Passa al contenuto principale

I misteri dell’INFRA (di ritorno dal Parco del Curone a Montevecchia)

Novembre è il mese di quei misteri che sfuggono all’ordine della logica per avventurarsi nella casualità del destino. Il ritrovo dell’INFRA è come di consueto sotto il tabellone delle partenze di una Stazione Garibaldi dai perenni lavori di ammodernamento urbano che ti lasciano come regalo d’attesa transenne pericolanti, pattume dalle forme variopinte e operai già stanchi alle prime luci dell’alba.

Il gruppo arriva in ordine sparso ma in una manciata di minuti siamo già alle prese con l’appello: Adelchi, Massimo, Alberto, Walter, Bruno, lo scrivente…manca Sonia. Ma chi è Sonia? Viene creata immediatamente una task force digitale che procede all’inserimento in WhatsApp del contatto e il ritrovo nei sottopassaggi garibaldini è la lieta conseguenza. Ci siamo tutti, belli carichi sul Trenord dalla temperatura più brasiliana che padana.

Le chiacchiere sulle disavventure urbane di Massimo si susseguono come capitoli thriller di Stephen King facendoci perdere il senso dell’orientamento che ci porta a sbagliare la fermata in un viaggio di quaranta minuti.

Assoluti fenomeni.

Il cartello Osnago ci fissa in cagnesco in una banchina dai silenzi sinistri.

“Ehm…ma non si doveva scendere a Cernusco-Merate?”

Il gioco di sguardi imbarazzati è degno di un classico stallo alla messicana che viene rotto dal fischio del capostazione che ci permette di balzare nuovamente sul Trenord tropicale per sfuggire alla più atroce delle figure di merda mai realizzate in un INFRA.

Le colpe da sabotatore professionista ricadano all’unanimità su di me per via di un movimento iniziale che ha influenzato tutta la comitiva. Richiedo prontamente di rivederlo al VAR ma è tutto inutile, siamo già scesi alla stazione corretta.

Salutiamo cordialmente Alberto l’ottavo compagno di camminata mentre prendiamo un buon caffè al Binario Vivo della Cooperativa Paso che ci scalda il cuore per aver aiutato chi ha bisogno di una mano per ritrovare la sicurezza perduta.

Dopo un breve tratto di asfalto iniziamo a entrare nel bosco carico di foglie autunnali e sentieri che si incrociano in una fitta ragnatela a cui dobbiamo prestare attenzione per trovare la giusta direzione. Il terreno è estremamente fangoso, lascito delle piogge dei giorni passati.

“Ma con tutto questo fango questa gita non è da 1 ape!!”

Con questa frase inizia la personalissima rivisitazione dei livelli di difficoltà di un’escursione APE da parte di Massimo. La scala Massimo si differenzia dalle più ben note scale Richter e Mercalli per via dell’estrema sensibilità del suo fondatore nell’affrontare qualsiasi difficoltà.

Ogni inghippo fa alzare il livello APE di almeno 0,5 punti.

“Ma l’attraversamento di questo impetuoso torrente vale almeno 2 api!”

“E questa salita ci porta dritto dritto verso le 3 api!”

Il gruppo abbozza sorrisi di circostanza con scrollata di spalle sincronizzata degne di un ballo curdo.

L’unico vero mistero è che usciti dal percorso fangoso mi ritrovo con scarponi e pantaloni impastrugnati mentre Adelchi sembra arrivare da una vasca in Corso Buenos Aires. L’esperienza non è mica fango.

La salita dei cipressi ci accoglie con il suo fascino ancestrale riportando la mente ai sacrifici pagani e ai riti gotici. La giornata è splendida, il sole fa da contraltare all’aria fredda. E’ il luogo perfetto per una pausa in cui Adelchi ci racconta il mistero dell’ambulanza fantasma che lo ha trasportato, contro il suo volere, in ospedale senza avere nessun sintomo evidente.

E c’è ancora qualcuno che si lamenta della lentezza della sanità lombarda.

In rapida successione affrontiamo frazioni dalle case lussureggianti e paesaggi splendidi per arrivare a Montevecchia, caratteristico comune del lecchese. E l’una e si inizia a far andare le mascelle mentre il sole è alto e lo sguardo della comitiva si perde tra la Cisa e il Monte Rosa riuscendo persino a vedere il Monviso.

All’improvviso arriva un signore dal passo lento ma sicuro, barba bianca e cappellino rosso elfico. Le vibes sono più da tardo dicembre ma non ci faccio poi così tanto caso quando Massimo Alberto e Adelchi lo salutano: ciao Pietro!

E’ l’ennesimo mistero di giornata. Pietro si era iscritto all’INFRA ma non è riuscito a prendere la coincidenza del passante e quindi si è fatto tutta la prima parte della passeggiata da solo per poi ugualmente ritrovarsi a condividere panini e compagnia.

Eravamo partiti per un’escursione in sette e adesso ci ritroviamo in nove.

Il secondo caffè di giornata viene erogato da un macchina Faema del 1961 che permette all’ affabile barista di spiegarci come la speculazione finanziaria sta manipolando i prezzi del caffè ma soprattutto del cacao.

Il capitalismo non spegne mai il suo sguardo sulle nostre vite.

La scalinata del Santuario della Beata Vergine del Carmelo ci fa da sfondo naturale alla consueta foto di gruppo che racchiude un altro mistero…la bandiera APE non è presente lasciando al lettore trovare la soluzione alternativa adottata.

Lo scatto è stato gentilmente concesso da un gruppo di brasiliani incontrati per le viuzze di Montevecchia accolti dal portoghese di Bruno papà da APE PiGra ma oggi in libera uscita INFRA.

La discesa scorre via velocemente lasciandoci alle spalle Montevecchia con i suoi filari di vigneti e le case sospese nel verde collinare.

Arrivati in stazione è tempo di salutare Alberto prezioso compagno di camminata e accorgersi che Pietro è nuovamente sparito.

Ricompare giusto in tempo per prendere il Trenord del ritorno e partecipare al dibattito sulla vita e le opere di Dmitrij Šostakovič leggero come la Corazzata Potemkin.

Siamo a Garibaldi nel primo pomeriggio ed è tempo di saluti e di arrivederci e mentre aspetto la metro un terribile dubbio mi assale: e se Pietro non fosse mai realmente esistito?

Mistero.

Lorenzo per APE Milano

ape infra, parco del curone