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La mia prima due giorni con APE in Valle Adamé

Il racconto della due giorni in Valle Adamé con APE Milano. Ancora adesso che scrivo ho le gambe indolenzite. Nemmeno una super dormita nel letto di casa è riuscita a rimettermi in sesto completamente. Ma mi godo questo piccolo dolore, consapevole del fatto che nasce dalla fatica e dall’essermi messo in gioco lanciandomi in questa avventura: la mia prima due giorni con APE.

Il primo giorno siamo partiti da malga Lincino, a circa 1600 m di altitudine, dove abbiamo fatto conoscenza con un protagonista indiscusso dell’escursione: il torrente Poia, che li era solo un greto largo e asciutto.

Abbiamo iniziato l’escursione su un ripido sentiero a gradoni immerso tra gli alberi che regalava pochi punti panoramici da cui ammirare il versante basso della vallata.

Dopo un’oretta e mezza giungiamo finalmente su un pianoro a circa 2000m dove il paesaggio cambia totalmente: la vegetazione è diradata e, in lontananza, tra le pareti rocciose della valle, è possibile allungare lo sguardo fino al massiccio dell’Adamè. Anche il torrente ha cambiato aspetto. Adesso le pietre del fondale si scorgono attraverso acque limpide e chiare.

Continuiamo a camminare lungo il torrente, e arriviamo al rifugio Baita Adamè, dove passeremo la notte.

Posiamo gli zaini e pranziamo assieme. Abbiamo tanta voglia di chiacchierare e prolungare la pausa pranzo ma non abbiamo molto tempo perché dobbiamo rimetterci in cammino per arrivare al bivacco Ceco Baroni a quota 2800m.

Visto il dislivello importante, decido di lasciare lo zaino e di portare solo una borraccia e una giacca che Ilaria mi fa riporre nel suo zaino. Lei porterà lo zaino fin su e io lo porterò al ritorno. Raggiungiamo la vedretta della valle con due ore di ritardo sulla tabella di marcia. Sorge qualche dubbio sul fatto che si possa raggiungere in sicurezza il bivacco: il percorso è molto accidentato ed è necessario avere luce sufficiente per percorrerlo anche al ritorno. Continuiamo a salire fino a quota 2500. Si procede lentamente. Ho qualche dubbio su cosa fare: sono un principiante del trekking e non voglio rischiare di farmi male e mettere me e le altre api in una condizione di scarsa sicurezza ma non voglio nemmeno perdermi l’esperienza. Mariangela, curatrice della gita che ha recentemente percorso il sentiero, mi dice che intende proseguire e mi infonde tranquillità. Decido quindi di proseguire fino al bivacco a 2800m. La salita in alcuni punti richiede molta attenzione perché occorre arrampicarsi sui massi per risalire un canalone molto ripido. Raggiungiamo il bivacco in cinque. Ad onore del vero la mia vista e i miei sensi erano già appagati ben prima di raggiungere il bivacco, ma il fatto di esserci arrivato mi ha dato una certa soddisfazione.

Rientriamo con il sole già calato dietro le montagne, ma la luce è più che sufficiente per ripercorrere in tranquillità il sentiero per ritornare al rifugio.

Arrivo al rifugio, l’umore è a palla e l’atmosfera calda e festosa lo amplifica ancora di più. Sono colpito dai modi dei volontari e delle volontarie che ci lavorano. La loro passione per la montagna traspare sia dalla gentilezza con cui accolgono rifugist* e sia dai loro corpi snelli e asciutti per la intensa attività in montagna.

Sono stanco e vado a dormire ma, non so se per l’emozione o per qualche genepy di troppo, dormo poco o niente. Nel silenzio della notte potevo sentire la voce del Poia che prima non avevo notato con particolare attenzione. Ha anche una bella voce oltre che un bell’aspetto!

Il secondo giorno ci alziamo presto la mattina, eravamo i primi del rifugio a fare colazione! Partiamo all’orario stabilito per raggiungere la bocca di Bulciaga a 2700m.

Il sentiero da percorrere è nel cuore della valle e in ogni suo punto ci si potrebbe fermare a lungo ad osservarla, ma si continua a salire confidando nel fatto che la vista più in alto sarà sempre più appagante. Dopo un po’ il sentiero diventa, come dice Mariangela, “sfasciume”: massi di diverse forme e dimensioni disposti in maniera casuale. La scarsa segnaletica lungo il percorso lascia molto spazio all’interpretazione del sentiero, e quindi ognun* trova la sua strada per proseguire. Arriviamo quindi alla porta di Buciaga: una apertura in cresta tra la valle Adamè e la val di Fumo. Ci prendiamo tutto il tempo necessario per osservare la vallata trentina, diversa per colori e per conformazione rispetto alla valle Adamè, scattiamo tante foto e pranziamo. Ci mettiamo quindi in cammino per ripercorrere il percorso a ritroso al punto di partenza a malga Lincino, spezzando con una sosta al rifugio dove avevamo lasciato gran parte dei nostri bagagli.

Ritornando cerco di soffermarmi a osservare quanto più possibile tutto quel che mi circonda, e sono riuscito a scorgere due cerbiatti nel bosco, mamma e figlio! Il mio stato d’animo è diverso da quello dell’andata, sono più rilassato, meno incantato ma anche più “avido di paesaggi”. Chissà quando potrò ritornarci!

Ma sono sicuro che ci saranno altre esperienze con APE altrettanto entusiasmanti!

Francesco per APE Milano